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CARCERE E IMMIGRATI
di Paolo Bernardini referente Caritas area carceraria
In molti dei nostri istituti penitenziari entrano quotidianamente più stranieri che italiani.
La presenza di cittadini che parlano lingue diverse spesso incomprensibili ai loro custodi, che hanno abitudini e usanze (religiose, alimentari, di culto e così via) molto diverse dalle nostre pone quotidianamente enormi difficoltà di gestione del carcere. Si potrebbe azzardare che oggi, se si escludono le questioni relative al trattamento degli imputati e condannati di mafia, il vero problema, per l’amministrazione penitenziaria, riguarda i detenuti stranieri. Pensate agli agenti di polizia penitenziaria di guardia che non sono in grado di capire cosa si dicono e cosa decidono di fare i detenuti.
Sarebbe, inoltre, importante conoscere con una certa precisione non solo la provenienza geografica (Marocco piuttosto che Tunisia, Albania o Romania) quanto i percorsi, le vie che li hanno portati da una certa zona del loro Paese in Italia e poi in carcere (dopo quanto tempo,da quando erano in Italia,sono stati arrestati: dopo anni, passando attraverso la perdita del lavoro regolare,e poi quindi del permesso di soggiorno, dei documenti, del lavoro in nero,sino alla vendita di spugnette,accendini,salviette,etc. e poi di hascisc,oppure sono stati arrestati tre mesi dopo il loro sbarco per gravi e feroci fatti di sfruttamento della prostituzione?).
E’ certo che più stranieri,rispetto agli anni precedenti,commettono reati anche gravi. Essi sono tenuti in condizioni di disagio tali da rendere quasi inevitabile il compimento di reati di “sopravvivenza”; molte violazioni penali attengono alla voglia e alla necessità di regolarizzarsi,di emergere, di cessare di essere un fantasma esposto al ricatto di datori di lavoro senza scrupoli o,peggio, delle organizzazioni criminali che cercano bassa manovalanza a buon mercato e alto rischio.
A ciò si aggiunga che sotto il profilo processuale lo straniero ha minori possibilità di accesso al diritto di difesa, è tendenzialmente difeso meno bene. Per esempio: è molto più contumace, anche indipendentemente dalla sua volontà (per problemi di irreperibilità)e non beneficia della sospensione condizionale per tale unica ragione,anche in presenza di violazioni di gravità modestissima, che lo porteranno però in carcere al primo contatto con l’autorità.
E’ poi indubbio che le misure personali diverse dalla custodia in carcere (penso soprattutto agli arresti domiciliari,ma anche all’obbligo di firma,all’obbligo di soggiorno e così via) presuppongono un inserimento sociale difficilmente immaginabile per uno straniero extracomunitario,che spesso ha difficoltà a dimostrare quale è il suo domicilio e che non dispone,nella maggior parte dei casi,di una famiglia e di conviventi che,in qualche maniera, divengano garanti nei suoi confronti durante l’esecuzione della misura cautelare diversa dal carcere.
La grande maggioranza degli immigrati hanno le famiglie all’estero, non fanno quindi colloqui e non hanno sempre la possibilità di telefonare. Spesso non capiscono perché sono stati condannati.
Il reato di immigrazione e permanenza clandestina nella penisola farà sì che molte donne non possano iscrivere i propri figli all’anagrafe perché,facendolo,potrebbero essere denunciate. Questi figli,nati in Italia,ma non iscritti all’anagrafe,daranno origine al fenomeno dei “bambini invisibili”.
In effetti l’extracomunitario ha bisogno dei soldi per vivere. Se lo si mette in condizioni di lavorare è la persona più tranquilla del mondo.
La questione extracomunitari è tutta da decifrare politicamente. Da Firenze in su rappresentano ormai il 70% della popolazione carceraria e sono in aumento. Hanno problemi di vivibilità, perché non lavorano in carcere e non hanno supporti esterni. L’unica rete di riferimento fuori è spesso soltanto quella della microcriminalità.
La patologia più diffusa tra chi emigra? La povertà, un male di cui il SSN non può farsi carico. In particolare l’Italia nel contesto europeo,appare il paese più marcato dalla devianza e dalla criminalità attribuite agli immigrati, anche per effetto di un utilizzo esasperato delle notizie e dei fatti di cronaca da parte dei media. Il carcere è andato sempre più assomigliando a una “discarica sociale” stracolma di poveracci: non è più solo il luogo dove vengono “rieducati” coloro che hanno commesso reati ma è diventato un contenitore di soggetti protagonisti di problemi sociali che non sappiamo e non vogliamo vedere o non sappiamo risolvere. Nel frattempo sta aumentando il numero di immigrati non comunitari con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, sieropositività.
Bisogna attivare interventi socio-trattamentali utili a facilitare l’integrazione come ad esempio: servizi di consulenza per agevolare la comprensione delle norme ed il funzionamento delle istituzioni italiane, assistenza linguistica, istruzione di procedimenti amministrativi, organizzazioni di attività culturali e ricreative, creazione di un ponte di comunicazione tra le varie etnie presenti in istituto e conoscenza anche delle varie usanze “gastronomiche”. Bisogna favorire la comprensione e l’integrazione tra detenuti italiani e stranieri.
Paolo Bernardini
Responsabile Area Carceraria Caritas-Diocesi di Cagliari
Chi è interessato alle problematiche del carcere e vuole impegnarsi anche con azione di volontariato all’interno della Casa Circondariale di Buoncammino può contattare il nostro centro d’ascolto ai seguenti indirizzi:
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