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Tutelare la dignità dell’immigrato nell’applicazione del diritto alla salute e nella lotta contro la tratta
La riflessione nei convegni organizzati dalla Caritas di Cagliari sull’immigrazione. Disinformazione e poca chiarezza nell’applicazione delle leggi. Al Kèpos, 150 nuovi casi all’anno di donne che fuggono dalla tratta
Tutelare “la dignità della persona umana” nell’applicazione del diritto alla salute degli immigrati e nell’impegno contro la tratta degli esseri umani. Se ne parla durante i convegni “Il diritto alla salute dello straniero” e “Il trafficking”, organizzati dalla Caritas diocesana, in collaborazione con le Facoltà di Giurisprudenza e di Economia dell’Ateneo cagliaritano. Due settori, che presentano forti criticità nell’applicazione di diritti che spesso rimangono solo sulla carta. A cominciare da quello alla salute, oggi legato in misura sempre maggiore alla cittadinanza piuttosto che alla persona. Tra le problematiche maggiori, la disinformazione, la poca chiarezza e la disomogeneità nell’applicare le norme da parte delle singole realtà locali, il mancato recepimento delle leggi nazionali. Come nel caso della circolare n. 5 del 2000, uno dei principali riferimenti normativi per la salute del migrante, dove “i richiedenti asilo - spiega Anna Cerbo, responsabile dei servizi sanitari della Caritas diocesana - vengono equiparati ai disoccupati esenti dalle spese di compartecipazione, ma nella pratica avviene il contrario”. Senza dimenticare l’aumento notevole, nell’ultimo periodo, della richiesta di cure da parte dei soggetti più deboli: “Nel nostro ambulatorio, da circa 800 accessi nel 2010, si è passati ai circa 1200 accessi nei primi nove mesi di quest’anno”, spiega la Cerbo.
Stesse problematiche per quanto riguarda il fenomeno della tratta degli esseri umani, di fronte a cui “manca un intervento efficace a livello internazionale” sottolinea Mauro Mura, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, e “più difficile da combattere di fronte al recente irrigidimento dei vincoli in politica migratoria da parte dell’Italia”. E proprio in seguito agli ultimi flussi provenienti dal Nord Africa, “l’allerta sul rischio della tratta è aumentata - spiega Simona Murtas, responsabile del centro d’ascolto Kepos della Caritas diocesana - perché i richiedenti asilo che ricevono il permesso sono più facili da sfruttare, perché più vulnerabili”.
Un fenomeno crescente: oltre due milioni le persone “trafficate” in tutto il mondo (secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro), con un giro d’affari di oltre 32 miliardi di dollari l’anno. Un fenomeno di fronte a cui la priorità è la tutela della dignità della vittima. Il progetto “COATNET” (Christian organisations against trafficking network), rete delle organizzazioni cristiane patrocinata dalla Caritas Internazionale, ha proprio questa funzione: “Il nostro obiettivo - spiega Olga Zhyvytsya, coordinatrice del progetto - è il rispetto dei diritti umani in ogni fase della tratta”. Un lavoro sul campo, che agisce sui paesi d’origine, di transito e di destinazione: “Cerchiamo di garantire l’assistenza diretta delle vittime e la prevenzione, attraverso la formazione della consapevolezza”. Inoltre, si mira a “combattere le cause che stanno alla base del fenomeno della tratta, come la povertà, e di promuovere la cooperazione internazionale”.
Fondamentale il supporto psicologico: “Ogni anno - continua Simona Murtas - abbiamo 100/150 nuovi casi: sono donne che volutamente si sono affrancate dalla tratta, che si rivolgono a noi per trovare lavoro e abitazione”. Tra le attività svolte dal centro d’ascolto Kepos, lo sportello lavoro, l’assistenza sanitaria e legale, il monitoraggio costante: “Attraverso i colloqui - continua la Murtas - cerchiamo di individuare le potenziali situazioni di sfruttamento”. Tra le criticità della Sardegna, “la mancanza di un coordinamento tra le strutture e l’assenza di alcuni servizi, come l’attivazione di un numero verde”. Ecco perché in programma c’è la creazione di “una rete con le altre associazioni, e il coinvolgimento delle istituzioni e degli enti locali”. Inoltre, occorre lavorare sull’ “indagine motivazionale”, che preceda l’inserimento in un programma di protezione.
( a cura di Maria Chiara Cugusi del Il Portico)