Storia di Francesca
Mi chiamo Francesca, ho 33 anni. Abito a Cagliari dal 2005, anno in
cui mi sono sposata. Prima vivevo a Brescia, dove sono nata. Sono
laureata in lingua e letteratura araba e dal 2006 seguo e coordino il
centro d'ascolto per stranieri Kepos. Lasciando Brescia ho lasciato un
posto di lavoro sicuro e non è stato facile inserirmi nel contesto
lavorativo cagliaritano, che è molto diverso da quello a cui ero
abituata. Dopo un anno di super gavetta, nel 2006 ho trovato impiego in
un'azienda piuttosto grande, dove mi trovo molto bene. A Cagliari mi
trovo benissimo, mi piacciono molto la città e le persone e credo di
aver fatto una scelta giusta nel trasferirmi qui, anche se ancora devo
scoprire e imparare tante cose.
Con il volontariato ho iniziato all'età di 15-16 anni. Nella mia
parrocchia era normale che i ragazzini più grandi animassero i più
piccoli d'estate, durante il GREST (Gruppo Estivo). L'esperienza estiva
si è allungata poi a tutto l'anno, ho cominciato a far parte dell'Azione
Cattolica, prima a livello zonale poi a livello diocesano e mi sono
occupata inizialmente dei bambini. Una volta cresciuta, mi hanno
coinvolto nella formazione degli altri animatori. Direi senz'altro che
ho iniziato con un tipo di volontariato molto divertente ed
entusiasmante. Accanto a questa attività strutturata, ho sempre
partecipato ad eventi spot nei quali veniva chiesto di dare il proprio
tempo e lavoro gratuitamente: l'organizzazione della pesca di
beneficenza in occasione del S. Patrono (ore e ore ad arrotolare
bigliettini e catalogare oggetti recuperati), il campo di raccolta dei
ferrivecchi che poi venivano rivenduti per raccogliere fondi per la
parrocchia.
Ringrazio chi mi ha coinvolto in tutte queste esperienze, perché credo
sia fondamentale per un giovane imparare ad apprezzare il gusto di darsi
da fare per gli altri avendo in cambio qualcosa che ha un valore molto
diverso dal denaro.
Inizialmente non è stata una decisione consapevole e meditata. Mi hanno
coinvolto e ho semplicemente detto di sì. Dopo l'esperienza con l'Azione
Cattolica, che ho terminato quando ho iniziato l'università e mi sono
spostata in un'altra città, mi sono occupata brevemente di minori rom e,
successivamente, di malati terminali di AIDS. Avevo 20 anni e non ero
minimamente pronta per una cosa del genere. Poi, per motivi di studio,
ho trascorso qualche mese a Betlemme dove sono stata volontaria
nell'orfanotrofio gestito dalle suore di S. Vincenzo de Paoli. Terminati
gli studi sono rientrata a Brescia, dove mi sono rivolta alla Caritas.
Dato che la presenza di stranieri lì è abbastanza consistente, mi sono
presentata offrendo le mie competenze linguistiche, pensando che avrei
potuto inserirmi in un centro d'ascolto. Invece mi è stato proposto di
fare del volontariato in carcere e così mi sono buttata. Dopo tre anni
mi sono trasferita a Cagliari e ho subito preso i contatti con don
Marco, per vedere come potevo rendermi utile.
Attualmente mi occupo di stranieri nel centro d'ascolto Kepos e non solo
di stranieri nel carcere di Buoncammino. Spesso mi viene chiesto come fa
uno sportello d'ascolto a risolvere tutti i problemi che si presentano.
In realtà, noi non ci occupiamo di problemi ma di persone. Ogni persona
che incontriamo ha la sua storia di sofferenza e di dolore, altrimenti
non si rivolgerebbe a noi. Per certi versi le richieste che ci vengono
fatte sono molto simili: una casa, un lavoro, un aiuto per risolvere
questioni legate al permesso di soggiorno, un aiuto per orientarsi nel
labirinto della burocrazia...però la cosa che cercano tutti è essere
ascoltati e accolti. Noi guardiamo alla persona, alla sua umanità e gli
diciamo: non sei solo. Naturalmente non abbiamo la bacchetta magica per
risolvere tutte le situazioni, che spesso sono molto complesse;
tuttavia, ci sforziamo di essere il più accoglienti possibile.
Siamo consapevoli che dietro allo straniero che si presenta da noi con
un sorriso c'è il suo passato: guerre, persecuzione, un viaggio per
arrivare in Italia in cui forse ha visto compagni morire, oppure non
vede la moglie o i figli da anni e non sa quando li potrà rivedere.
A Kepos siamo una ventina di persone. Ne approfitto per lanciare un
appello: chi avesse intenzione di dare del tempo e di unirsi a noi ci
contatti o venga a trovarci. Più facciamo e più c'è da fare e abbiamo
sempre bisogno di nuove risorse.
Kepos è nato due anni fa e gli operatori che costituiscono lo "zoccolo
duro" sono cresciuti insieme. Mi sembra un bellissimo gruppo di persone,
molto eterogenee sia per età che per formazione e ambienti di
provenienza; ognuno porta la sua specificità, ma come gruppo abbiamo una
bella coesione sul "perché facciamo". A questo primo gruppo si sono
aggregate via via altre persone, che sono state inglobate. D'altra
parte, ci teniamo molto all'accoglienza della diversità dell'altro,
inteso non solo come utente ma anche come collega-operatore. Abbiamo
l'esperienza quotidiana della "pedagogia" Caritas, che non è solo
orientata all'utente ma ci coinvolge in prima persona al 100%.
L'ascolto per noi è il trampolino di lancio. È fondamentale. Se non si
riesce ad entrare in una relazione di empatia con la persona, non si
potrà mai capire quali sono i suoi reali bisogni che spesso, per non
dire sempre, sono diversi da quello che viene chiesto inizialmente.
Aiutare una persona in un momento di difficoltà per permetterle poi di
proseguire a camminare con le sue gambe e si può fare solo se la si
ascolta e accoglie veramente. L'ascolto viene sempre fatto da due
operatori che lavorano insieme: questo ci permette di iniziare a
impostare un intervento partendo dal confronto di due punti di vista, di
due prospettive diverse. Allo stesso tempo si condivide il carico
emotivo, cosa che dà molta libertà e serenità: non sei più tu come
individuo ma è tutto il gruppo, la Caritas, la Chiesa.
Le difficoltà con gli stranieri sono sia di tipo linguistico che di tipo
culturale. La difficoltà linguistica impedisce la comunicazione, quella
culturale si sviluppa quando le persone, pur parlando la stessa lingua,
attribuiscono significati completamente diversi a quello che dicono.
Un'altra difficoltà è data dagli spazi del centro d'ascolto che, per
quanto prezioso, è molto piccolo e non sempre permette di garantire a
tutti l'adeguata privacy, anche perché il numero degli utenti è
crescente.
Ad alcune richieste (cibo, vestiario) viene data una risposta immediata.
Per altri interventi di tipo sanitario chiediamo ai medici volontari
Caritas; se il problema coinvolge aspetti giuridico-legali abbiamo il
nostro avvocato. Se serve accompagnare la persona in qualche ufficio, si
fissa un appuntamento. Se cercano casa o lavoro, li aiutiamo attraverso
i normali canali che potrebbe utilizzare un italiano. Talvolta gli
stranieri sono talmente disorientati e parlano poco la lingua che anche
fare una telefonata al loro posto risulta molto utile. Cerchiamo di
sensibilizzare tutti all'apprendimento della lingua, anche perché sul
territorio sono attivi parecchi corsi sia all'interno delle scuole che
organizzati da volontari, ma per chi sta facendo mille sacrifici per
mandare 20 o 30 euro ai parenti rimasti al Paese studiare italiano o
badare alla propria salute sembra un'inutile perdita di tempo.
Oltre a tutti gli altri servizi e sportelli Caritas, con cui facciamo
rete, i nostri interlocutori privilegiati sono la Questura, la
Prefettura, le Ambasciate, i Servizi Sociali, i Servizi per
l'immigrazione della Provincia, l'Ufficio Immigrazione della Regione,
gli uffici anagrafe dei vari Comuni, le scuole, la Direzione Provinciale
del Lavoro, ASL e ospedali, le parrocchie con i sacerdoti e religiosi,
il Centro l'Aquilone, il volontariato Vincenziano, la Casa Protetta di
Suor Ignazia, le ACLI, l'associazione ANOLF.
Nel concreto, quando si pianifica un intervento, certamente si valuta
sia la storia nel suo contesto, sia la storia in riferimento alle nostre
capacità di azione. Intendo dire che prima di muoversi bisogna capire
cosa c'è attorno alla persona, qual è il contesto, altrimenti l'azione
perde efficacia...inoltre, dal momento che il nostro obiettivo è aiutare
i più poveri, cerchiamo di capire se la persona ha una rete famigliare o
di conoscenti che può, in qualche modo, essere una risorsa. Il
discrimine viene fatto in base al buon senso.
Ad esempio, se intercettiamo una persona che è una vittima della tratta,
la orientiamo a strutture più preparate e competenti.
Una volta si è presentata da noi una signora ucraina, una badante di una
sessantina d'anni, aveva già un lavoro ma sapeva che sarebbe terminato
dopo un mesetto e ci voleva chiedere di aiutarla a trovarne un altro. Ci
ha raccontato che nel suo Paese insegnava musica e stava lavorando per
permettere ai figli di acquistare una casa. Mentre parlavamo, abbiamo
notato che aveva una macchia sul braccio: si era ustionata cucinando per
la signora di cui si prendeva cura. Aveva già usato dei medicinali da
banco, ma la chiazza non era bellissima; perciò, le abbiamo proposto di
farsi visitare gratuitamente da uno dei dermatologi che prestano
volontariato per la Caritas. All'inizio la signora si schermiva dicendo
che non era niente, ma quando abbiamo un po' insistito ha accettato di
fissare un appuntamento. Un attimo dopo è scoppiata a piangere e
piangeva e rideva e non sapeva come ringraziarci. La cosa che mi ha
colpito è proprio questa, quanto l'aver guardato, in questo caso, alla
sua corporeità, al suo essere persona intera, non solo braccia per
lavorare ma anche persona con cuore, sentimenti, pensieri, storia,
l'abbia fatta sentire accolta. Evidentemente la famiglia presso cui
lavorava non le aveva usato la stessa attenzione. Mi colpisce come il
non aver fatto niente di particolare abbia avuto dei risvolti così
inattesi. Eppure basta guardare all'altro non come a uno straniero ma
come a uno di famiglia: una mamma, una zia, un fratello...ovviamente non
sempre è facile quando ti trovi davanti un povero che è brutto, sporco,
puzzolente e malvestito. Ma si può fare.
Storia di Adele
Mi chiamo Adele, ho 50 anni, sono sposata, ho un figlio di 22 anni
laureando in scienze politiche, collaboro con mio marito, agente di
commercio, in qualità di assistente e supporto per tutto quello che
riguarda ufficio e rapporti con i clienti. Non ho tempo libero, perché
per scelta dedico tutto il tempo che posso al volontariato e a tutto
quello che di volta in volta mi è richiesto, sempre in ambito sociale e
che comunque vivo come “normale” e non straordinario. Mi permetto,
sempre conciliando gli impegni già assunti, alcuni corsi universitari
che mi consentono di capire e conoscere meglio metodiche e realtà di
comunicazione e d’azione (negli ultimi anni ho seguito i corsi di
formazione politica e quello di educazione allo sviluppo tenuto
dall’UNICEF).
Mi dedico al volontariato da quando, giovane adolescente, ho avuto i
primi incarichi dal mio parroco (facevo parte dei giovani dell’Azione
Cattolica), che coinvolgeva i giovani a lavorare nel sociale con
particolare attenzione ai poveri e a quelli che si sentivano esclusi. Il
mio primo impegno è stato quello di occuparmi del doposcuola di bambini
con disagio.
Ho deciso di dedicarmi al volontariato perché sento che devo restituire
in parte quello che ho ricevuto, per un senso di giustizia; dopo ho
capito che la scelta che ho fatto è di tipo vocazionale, perché spero
che da quello che faccio si capisca che lo faccio con amore e per amore,
del mio prossimo che è mio fratello.
Negli ultimi tre anni ho scelto di lavorare in Caritas, perché
rispondendo ad un invito del mio parroco ho seguito il corso di
formazione per operatori parrocchiali e dopo mi sono proposta come
volontari al Cd’A della Caritas Diocesana.
Mi sono sempre occupata dei poveri! Da 15
anni sono socia della Conferenza Vincenziana occupando vari ruoli, da
segretaria della conferenza a segretaria del consiglio centrale sino a
ricoprire attualmente la carica di presidente. La conoscenza del
disagio, della povertà e dell’esclusione sociale sono e rimangono per me
priorità, per le quali impegnarsi per marginare e, forse anche,
risolvere le situazioni, partendo dalla radice per tentare di sradicare
il male, per ridare speranza e dignità alla persona.
Anche attualmente mi occupo dei disagi sociali derivanti da situazioni
di povertà estrema, sia per quanto riguarda la Conferenza Vincenziana
che per il Cd’A della Caritas Diocesana Lavorare come operatore
dell’ascolto al Cd’A ti porta a conoscere problemi di ogni tipo che
vanno dalla “semplice” richiesta di aiuto economico a quella di ascolto
puro, dove le persone si aprono e mettono nelle mani degli operatori la
loro vita e chiedono indicazioni e orientamenti per risolvere situazioni
che a loro sembrano o sono impossibili. I problemi sono quelli delle
risposte, a volte inadeguate alle richieste e che comunque lasciano
sempre in chi ascolta il tormento e il dolore che veramente si condivide
con la persona ascoltata!
Al Cd’A si lavora mediamente in quattro o cinque ogni mattina,
differenziando ruoli e compiti (qualcuno si occupa dell’accoglienza,
qualcuno della segreteria e altri dell’ascolto) e tra i vari operatori
si crea un legame di vera amicizia, perché l’aspetto amicale riveste un
ruolo veramente importante per far sì che la condivisione degli
obiettivi, degli intenti e dei metodi coinvolga tutti nello stesso
agire.
L’ascolto riveste un significato altamente significativo e importante,
in quanto attraverso di esso la persona con disagio (di qualsiasi tipo)
esprime il suo bisogno L’ascolto si realizza nell’approccio discreto e
gentile, nel mettere a proprio agio la persona e far sì che capisca che
chi lo ascolta è un amico, una persona capace di ascoltare senza
giudicare.
Successivamente all’ascolto gli operatori mettono in atto tutte quelle
procedure che mirano alla soluzione del problema, come mettersi in
contatto con le assistenti sociali, le parrocchie, le associazioni di
volontariato per lavorare in rete e collaborare a trovare soluzioni e
per restituire al proprio territorio le persone in stato di necessità.
Ci rivolgiamo dunque alle varie istituzioni e associazioni che di volta
in volta riteniamo di dover coinvolgere. L’ascolto viene sempre fatto
con due volontari, in modo tale che ci si possa confrontare e valutare
meglio la situazione, e in media ascoltiamo da due a quattro persone al
giorno.
Non effettuiamo discrimini, se non nel senso che la storia raccontata
viene in qualche modo “verificata”, perché comunque il fatto che si
cerchi di collaborare con le istituzioni e il mondo del volontariato fa
sì che le storie trovino riscontro.
Tra i tanti casi vissuti non c’è un caso che mi ha particolarmente
colpito, perché quando ho pensato che un caso fosse sino a quel momento
il più triste, il più tragico e quello senza soluzione, l’indomani un
altro caso ancora più grave e più emotivamente coinvolgente metteva il
precedente su un piano diverso.
Storia di Silvia
Sono Silvia, ho 27 anni, sono cresciuta in una famiglia in cui i
valori della generosità, del preoccuparsi del proprio prossimo erano le
cose più importanti. Ho sempre frequentato gruppi parrocchiali e dato
che mi piacciono i bambini ho fatto diverse esperienze che mi
permettevano di stare insieme a loro, doposcuola, catechismo, un
tirocinio in un asilo nido ecc... Vado alla ricerca di un lavoro che
possa farmi sentire utile al mondo. Durante le scuole medie, grazie a
due insegnanti splendide (quella di italiano e quella di religione), mi
sono convinta che sia indispensabile che ciascuno di noi dia il suo
contributo da cittadini attivi, per cambiare le cose e anche perché Dio
ci ha dato sicuramente dei doni da scoprire e da condividere con gli
altri.
Il gruppo che in particolar modo mi ha segnato e di cui sin da piccola
ho iniziato a far parte è stato il gruppo dell'Azione Cattolica dei
Ragazzi, nel quale ho avuto la possibilità di conoscere delle bellissime
persone e di fare tante belle esperienze di gruppo, di amore e di
solidarietà, che mi hanno fatto crescere e mi hanno dato il desiderio di
avvicinarmi a realtà differenti dalla mia di persona fortunata e mi
hanno fatto iniziare ad amare l'Africa, perché alcuni dei nostri
animatori andava nella missione del Kenya e che per altro ora che sono
in Caritas ho avuto modo di visitare, per portare avanti un progetto per
i giovani abitanti di Nanyuki.
Quando avevo 15 anni con l'accompagnamento di mia madre ho iniziato a
fare volontariato nei doposcuola, prestare il mio servizio in un
orfanotrofio; poi ho frequentato un corso per diventare catechista e per
7 anni ho seguito una ventina di bambini ai quali mi sono affezionata
tanto. A 22 anni ho presentato domanda per svolgere un anno di servizio
civile alla Caritas, ispirata dalla semplice pubblicità, quella dove si
diceva che ti cambia la vita, e sembra banale ma è stato proprio così.
Da lì ho avuto la possibilità, che ancora oggi ho, di affacciarmi su
molte realtà di disagio differenti, che permeano la nostra città e delle
quali non mi ero mai accorta prima se non per averne sentito parlare.
Non credo di avere mai deciso di dedicarmi al volontariato, ma piuttosto
è sempre stato un mio desiderio che con gli anni ho maturato. È un
sentimento che mi è sempre appartenuto sin da piccolina. Credo di averlo
maturato grazie alla mia famiglia che mi ha educata al prossimo, all'
Azione Cattolica, che mi ha dato degli amici che credevano nelle mie
stesse cose e che non mi ha fatto sentire un' alieno e mi ha permesso di
esprimermi liberamente senza timori.
Per me iniziare a fare volontariato in Caritas è stato un po' per caso,
perché è stata una scelta per prestare il mio contributo durante l'anno
di servizio civile. In concreto non la conoscevo, ne avevo solo sentito
parlare, come tutti credo. Analizzando le possibili strutture e i
progetti disponibili ad accogliermi avevo scartato tante cose che non mi
interessavano (comune,biblioteche ecc..) e ne avevo individuato due: una
era l’accompagnamento dei ciechi e l'altra era la Caritas con il
progetto “Dar voce a chi non ha voce”. Al primo ero risultata non idonea
perché non avevo la patente e allora ho presentato la domanda alla
Caritas e dopo due selezioni mi hanno comunicato che ero stata scelta
con mio grande stupore.
Sin da subito mi sono trovata ad affrontare tante tipologie di disagi
differenti.
Essendo un centro d'ascolto, e all'epoca anche l'unico, venivano da noi
tante persone ognuna con una sua storia, con un suo carico di
sofferenza. Mi sono trovata ad ascoltare tossicodipendenti, alcolisti,
immigrati, senza tetto, ragazze vittime della tratta, rifugiati che
godevano dell' asilo politico, vittime di abusi, vittime dell'usura,
malati, ex-carcerati, clandestini, emarginati, anziani, sofferenti
mentali, disoccupati ecc.. È stato un impatto forte e anche difficile,
ma credo mi abbia dato tanto, più di quanto io possa aver dato a ogni
singola persona, e che mi abbia fatto crescere tutto in una volta,
togliendomi quel velo da davanti agli occhi che non mi permetteva di
vedere quante persone soffrono e quanto hanno bisogno di tutto e di
tutti noi.
Ho appena concluso un percorso di tre anni che mi vedeva protagonista
del Progetto Policoro, nel quale ho dedicato praticamente tutto il mio
tempo per combattere la disoccupazione giovanile, cercando di cambiare
la mentalità verso il lavoro ispirata ai valori umani, cristiani, della
responsabilità personale e della cooperazione, per sconfiggere quel
fatalismo che impedisce ai giovani di credere, di avere speranza, di
impegnarsi veramente e di non lasciarsi andare davanti alle mille
difficoltà e a quel fatalismo per il quale si crede che le cose non
cambieranno mai e che noi non potremo mai farci niente.
Le maggiori difficoltà che ho avuto sono state soprattutto nel creare
una filiera attiva, partecipativa, cioè un gruppo di persone già
inserite nei diversi ambiti ecclesiali e non, che insieme a me potessero
portare testimonianze e in primis potessero lavorare al nostro fianco.
Tutti inizialmente si rendevano disponibili, ma molti poi, quando gli si
chiedeva qualcosa di concreto, si tiravano in dietro per un motivo o per
un altro, ma devo dire che alcuni li abbiamo trovati, come si suol dire:
pochi ma buoni.
Considerando tutte le diverse attività svolte in questi anni, posso dire
che le persone che lavorano come volontari in Caritas sono davvero
tanti. Tra di noi si è instaurato un legame di amicizia, scaturito dal
fatto che insieme si affrontano mille difficoltà e che ognuno di noi è
punto di forza per gli altri, perché spesso vicendevolmente ci si è data
la forza di andare avanti nei momenti di maggiore sconforto.
L’ascolto credo sia per le persone un momento fondamentale del quale
soprattutto oggi si ha necessità, perché non esiste più nessuno che ci
ascolti veramente, che si faccia carico della nostra esistenza, che
realmente si metta nei nostri panni, che condivida con noi le nostre
sofferenze, che cerchi di superarle insieme a noi in modo sincero, che
non si limiti al buonismo, all'assistenzialismo, al dispensare buoni
consigli dal nostro piedistallo, ma che ci si presti al servizio del
prossimo - chiunque esso sia - senza riserve o pregiudizi. Sembra una
cosa difficile e alle volte lo è, ma solo perché non siamo abituati a
farlo, perché impegnativo, perché fonte di sofferenza; ma quando si
impara a farlo ci si rende conto che anche solo un sorriso, alle volte,
dona all'altro la forza di andare avanti, di credere di farcela ancora
una volta; almeno per la mia esperienza, ti dà qualcosa che non è
soddisfazione, perché il più delle volte non fai grandi cose, ma ti fa
sentire quanto sei fortunato e ti dà la possibilità di rivalutare tante
cose fino ad avere un'altra visione della vita.
Nello svolgere gli ascolti le maggiori difficoltà che ho avuto non sono
state nel rapporto con l'utente se non per il fatto che l'ascolto non
dovrebbe mai durare più di un’ora e a volte è stato difficile rimandare
la persona magari al giorno dopo, ma principalmente ho avuto delle
difficoltà con le persone che insieme a me facevano l'ascolto, perché è
buona regola farlo in due per una serie di motivazioni che condivido, ma
spesso avevano una maniera diversa dalla mia nel rapportarsi con le
persone, come interrompere per fare domande, dire il proprio pensiero,
dare consigli, annotarsi le informazioni in un foglio, che mi hanno reso
l'ascolto ancora più difficile, ma non per questo mi sono persa d'animo.
Infatti, dopo un poco si stabilì la regola che l'ascolto
andava svolto in due, una persona che conducesse il colloquio e una che
facesse da spettatore; questo per evitare di avere un opinione
soggettiva causata dal fatto che ci si fa coinvolgere emotivamente e per
potersi quindi confrontare con un' altro operatore che più distaccato,
ascolti e annoti qualche informazione indispensabile e che non possa in
linea di massima intervenire al colloquio portato avanti da un altra
persona.
Nell’ambito del Progetto Policoro realizziamo una decina di ascolti ogni
mese e sviluppiamo rapporti con una molteplicità di soggetti, a partire
dal nostro Tutor al responsabile regionale del progetto, ai nostri
referenti a livello nazionale, ai componenti della filiera: CISL, Scout,
Banca Etica, Sviluppo Italia, Agenzia Regionale del Lavoro, Pastorale
giovanile ed altri.
Una storia che nell'arco di questi tre anni che mi ha molto colpita e
stata quella di un giovane di 22 anni circa, che ha iniziato a lavorare
quando aveva solo 14 anni, non ha avuto la possibilità di studiare e
lavorava come contadino e allevatore nell'azienda di famiglia. Lavorava
10 ore al giorno, ovviamente in nero, senza nessun tipo di contratto;
era stata una sua scelta quella di lavorare in nero, perché aiutava in
casa e non voleva essere un peso. Il lavoro era pesante e rischioso ma
non era assicurato. Aveva un buon rapporto sia con i familiari sia con i
colleghi, con i quali aveva un bellissimo rapporto d'amicizia . Lo
stipendio che riceveva era adeguato alle mansioni che svolgeva, gli
straordinari gli venivano quasi sempre retribuiti, come venivano
retribuiti agli altri dipendenti. Si rese conto però che aveva commesso
un errore, perché erano già 8 anni che lavorava così senza essere
cresciuto dal punto di vista della carriera. Era un lavoro che lo
soddisfaceva, era il lavoro che voleva fare per tutta la sua vita, non
lo avrebbe cambiato per nulla al mondo, si sentiva un veterano in quel
campo, anche se gli scocciava un po' andare a
lavoro perché era un lavoro pesante, però ci andava lo stesso perché
doveva lavorare per la famiglia. L'aspetto negativo del suo lavoro era
lavorare d'estate sotto il sole e al caldo, e d'inverno al freddo e al
gelo. Si rese conto che era un lavoro che, purtroppo, nessun giovane
ormai faceva più e che era un lavoro che richiedeva molta serietà; lo
aveva fatto crescere, soprattutto per le responsabilità che aveva. Non
poteva rivolgersi ovviamente al sindacato e non pensava di averne avuto
mai bisogno. Sentiva però che, organizzandosi con gli altri, si poteva
fare qualcosa per migliorare le cose. Con il lavoro che faceva, di tempo
ne aveva davvero poco, era libero solo la domenica. Questo tempo lo
impiegava uscendo con gli amici. Era un lavoro pesante e lo diventa
ancora di più l'estate e mentre gli amici andavano a divertirsi al mare
a lui questo non era permesso.
Storia di Paolo
Sono agente generale di una società che fa parte di un grosso gruppo
assicurativofinanziario. Sposato ( moglie insegnante), due figlie
sposate, due nipotini. Ho vissuto fin da bambino in un ambiente molto
particolare: sono figlio di un maresciallo dei carabinieri che ha
comandato diverse stazioni “calde” soprattutto in Sicilia e Sardegna. In
quel periodo il comandante della stazione alloggiava in caserma con la
famiglia e nella caserma c’era la camera di sicurezza per i detenuti.
Con occhi da bambino vedevo, non visto, questi uomini ammanettati con i
ferri da campagna e mi chiedevo quali potessero essere le loro storie.
Mio padre era una figura straordinaria e molto particolare per l’epoca;
non c’erano i servizi sociali e lui ricopriva, per scelta, un duplice
ruolo:
carabiniere ma anche assistente sociale. Congedatosi ancora giovane e
rientrati a Cagliari abbiamo vissuto i primi anni nei quartieri
popolari, a contatto con ogni sorta di disagio. In questi quartieri
nascono le mie prime amicizie con ragazzi di tutti i tipi. Da tempo
immemorabile mi occupo di volontariato, direttamente o indirettamente
quasi da sempre; e la scelta è dettata dal fatto che intorno a me ho
visto, fin da bambino, tanto disagio e sofferenza. Ho conosciuto
direttamente la povertà e quanto può essere facile sbagliare in
determinate situazioni, ma ho avuto la fortuna e il coraggio che tanti
altri non hanno voluto o potuto avere. Ho avuto anche una famiglia che
pur nei momenti difficili mi ha insegnato la solidarietà.
Ho iniziato la mia esperienza in Caritas grazie ad un invito che mi è
stato fatto all’inizio del 2006 per occuparmi della gestione delle
erogazioni sia per Caritas sia per le emergenze dei Servizi Sociali del
Comune di Cagliari. Ho interpretato l’essere cittadini a partire dalla
strada. Una strada che ha parlato dei tanti volti di chi fa più fatica:
droga, AIDS, alcolismo, carcere, prostituzione, senza fissa dimora,
malattia mentale, solitudini diverse. Per motivi di lavoro ho
soggiornato a lungo nella penisola, dove ho continuato l’attività di
volontariato in Nuovi Orizzonti (Roma - Stazione Termini e dintorni),
Gruppo Abele (Torino - Luigi Ciotti), Luisa De Marillac (Cagliari -
preaccoglienza tossicodipendenti), Centro d’Ascolto N.S. di Bonaria.
Attualmente coordino il Centro d’Ascolto del carcere di Buoncammino, lo
sportello “Informa-Azione” presso il Tribunale di Sorveglianza e i
Servizi per le Tossicodipendenze (SERD - Via dei Valenzani). Nel settore
dove opero i problemi maggiori sono dati dall’individualismo e molto
spesso dal protagonismo degli stessi operatori. Non mancano distacco,
indifferenza, voglia di non vedere da parte della cosiddetta “società
civile”. Il Centro d’Ascolto del carcere si avvale di 45 volontari che
fanno riferimento alla Caritas Diocesana. Vi sono anche 10 volontari che
operano presso SPIN (Sportello Informa - Azione) per conto del Ministero
della Giustizia. Stiamo
cercando di costituire una vera forma di coordinamento con tutti coloro
che operano con le nostre stesse intenzioni. Nella nostra attività
l’ascolto è la base di tutto. Abbiamo quattro orecchie: due per sentire
e due per ascoltare. Dovendo trattare con persone “ristrette” curiamo
l’ascolto in maniera particolare, cercando di far venire fuori tutte
quelle problematiche che possono servire ad alleviare sofferenze,
tensioni, disperazione.
Tuttavia incontriamo gravi difficoltà soprattutto con quelle persone che
hanno problemi di disagio mentale legati a tossicodipendenze. Nei casi
più complessi è l’intero gruppo che viene coinvolto, anche attraverso le
nuove tecnologie (internet). La nostra attività è basata sulla
formazione continua. Lavoriamo a contatto non soltanto con le
istituzioni ma anche con associazioni di volontariato e con privati
cittadini. Operativamente, siamo organizzati in turni quotidiani con due
operatori per braccio dalle 17 alle 20 presso il carcere e con due
operatori al SERD il giovedì mattina. Ogni mese realizziamo circa cento
ascolti. Tra i vari interventi ricordo un caso risalente a tanti anni
fa. Operavo a Roma tra i “senza nome” e i “senza diritti” che popolavano
la stazione Termini. Ricordo un barbone, Fausto, ma non so se quello
fosse il suo vero nome (non facevamo interrogatori). Fausto aveva un
comportamento strano, profonde crisi depressive durante le quali era
intrattabile alternati a momenti di tranquillità assoluta. Divorava una
quantità davvero enorme di libri e riviste e nei momenti di calma
disquisiva in maniera piacevole.
Aveva certo una grande cultura, ma non ci interessava sapere chi fosse
stato. Generalmente non parlava con nessuno ed era estremamente
diffidente. Unica persona che riusciva a trasformarlo era una
giovanissima prostituta (Anna) con la quale parlava a lungo. Io riuscii
a conquistare la sua stima proprio tramite questa ragazza. Fausto
rifiutava sempre qualunque forma di aiuto tendente a farlo riparare
sotto un tetto sicuro. Un giorno di dicembre particolarmente freddo
Fausto, minato nel fisico dalla vita di strada e dalle malattie, si
ammalò. In ospedale gli furono diagnosticati focolai multipli di
broncopolmonite. Chiese di confessarsi e subito dopo a stento ci disse:
“Perdonatemi se non ho seguito i vostri consigli, ma se avessi accolto
la proposta di un alloggio non vi avrei più visto. La mia casa era la
strada e voi la mia famiglia che veniva a trovarmi”.
Morì poco dopo. Al suo capezzale c’eravamo io e Anna. Stringendo le
nostre mani assunse un aspetto di così grande serenità che non avrei più
visto in nessuna persona. Subito dopo avvenne il miracolo: Anna lasciò
la strada e si dedicò completamente al volontariato.