Storie ed esperienze raccontate dai volontari Caritas

 

Storia di Francesca
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i chiamo Francesca, ho 33 anni. Abito a Cagliari dal 2005, anno in cui mi sono sposata. Prima vivevo a Brescia, dove sono nata. Sono laureata in lingua e letteratura araba e dal 2006 seguo e coordino il centro d'ascolto per stranieri Kepos. Lasciando Brescia ho lasciato un posto di lavoro sicuro e non è stato facile inserirmi nel contesto lavorativo cagliaritano, che è molto diverso da quello a cui ero abituata. Dopo un anno di super gavetta, nel 2006 ho trovato impiego in un'azienda piuttosto grande, dove mi trovo molto bene. A Cagliari mi trovo benissimo, mi piacciono molto la città e le persone e credo di aver fatto una scelta giusta nel trasferirmi qui, anche se ancora devo scoprire e imparare tante cose. 
Con il volontariato ho iniziato all'età di 15-16 anni. Nella mia parrocchia era normale che i ragazzini più grandi animassero i più piccoli d'estate, durante il GREST (Gruppo Estivo). L'esperienza estiva si è allungata poi a tutto l'anno, ho cominciato a far parte dell'Azione Cattolica, prima a livello zonale poi a livello diocesano e mi sono occupata inizialmente dei bambini. Una volta cresciuta, mi hanno coinvolto nella formazione degli altri animatori. Direi senz'altro che ho iniziato con un tipo di volontariato molto divertente ed entusiasmante. Accanto a questa attività strutturata, ho sempre partecipato ad eventi spot nei quali veniva chiesto di dare il proprio tempo e lavoro gratuitamente: l'organizzazione della pesca di beneficenza in occasione del S. Patrono (ore e ore ad arrotolare bigliettini e catalogare oggetti recuperati), il campo di raccolta dei ferrivecchi che poi venivano rivenduti per raccogliere fondi per la parrocchia.
Ringrazio chi mi ha coinvolto in tutte queste esperienze, perché credo sia fondamentale per un giovane imparare ad apprezzare il gusto di darsi da fare per gli altri avendo in cambio qualcosa che ha un valore molto diverso dal denaro.
Inizialmente non è stata una decisione consapevole e meditata. Mi hanno coinvolto e ho semplicemente detto di sì. Dopo l'esperienza con l'Azione Cattolica, che ho terminato quando ho iniziato l'università e mi sono spostata in un'altra città, mi sono occupata brevemente di minori rom e, successivamente, di malati terminali di AIDS. Avevo 20 anni e non ero minimamente pronta per una cosa del genere. Poi, per motivi di studio, ho trascorso qualche mese a Betlemme dove sono stata volontaria nell'orfanotrofio gestito dalle suore di S. Vincenzo de Paoli. Terminati gli studi sono rientrata a Brescia, dove mi sono rivolta alla Caritas. Dato che la presenza di stranieri lì è abbastanza consistente, mi sono presentata offrendo le mie competenze linguistiche, pensando che avrei potuto inserirmi in un centro d'ascolto. Invece mi è stato proposto di fare del  volontariato in carcere e così mi sono buttata. Dopo tre anni mi sono trasferita a Cagliari e ho subito preso i contatti con don Marco, per vedere come potevo rendermi utile. 
Attualmente mi occupo di stranieri nel centro d'ascolto Kepos e non solo di stranieri nel carcere di Buoncammino. Spesso mi viene chiesto come fa uno sportello d'ascolto a risolvere tutti i problemi che si presentano. In realtà, noi non ci occupiamo di problemi ma di persone. Ogni persona che incontriamo ha la sua storia di sofferenza e di dolore, altrimenti non si rivolgerebbe a noi. Per certi versi le richieste che ci vengono fatte sono molto simili: una casa, un lavoro, un aiuto per risolvere questioni legate al permesso di soggiorno, un aiuto per orientarsi nel labirinto della burocrazia...però la cosa che cercano tutti è essere ascoltati e accolti. Noi guardiamo alla persona, alla sua umanità e gli diciamo: non sei solo. Naturalmente non abbiamo la bacchetta magica per risolvere tutte le situazioni, che spesso sono molto complesse; tuttavia, ci sforziamo di essere il più accoglienti possibile.
Siamo consapevoli che dietro allo straniero che si presenta da noi con un sorriso c'è il suo passato: guerre, persecuzione, un viaggio per arrivare in Italia in cui forse ha visto compagni morire, oppure non vede la moglie o i figli da anni e non sa quando li potrà rivedere.
A Kepos siamo una ventina di persone. Ne approfitto per lanciare un appello: chi avesse intenzione di dare del tempo e di unirsi a noi ci contatti o venga a trovarci. Più facciamo e più c'è da fare e abbiamo sempre bisogno di nuove risorse.
Kepos è nato due anni fa e gli operatori che costituiscono lo "zoccolo duro" sono cresciuti insieme. Mi sembra un bellissimo gruppo di persone, molto eterogenee sia per età che per formazione e ambienti di provenienza; ognuno porta la sua specificità, ma come gruppo abbiamo una bella coesione sul "perché facciamo". A questo primo gruppo si sono aggregate via via altre persone, che sono state inglobate. D'altra parte, ci teniamo molto all'accoglienza della diversità dell'altro, inteso non solo come utente ma anche come collega-operatore. Abbiamo l'esperienza quotidiana della "pedagogia" Caritas, che non è solo orientata all'utente ma ci coinvolge in prima persona al 100%.
L'ascolto per noi è il trampolino di lancio. È fondamentale. Se non si riesce ad entrare in una relazione di empatia con la persona, non si potrà mai capire quali sono i suoi reali bisogni che spesso, per non dire sempre, sono diversi da quello che viene chiesto inizialmente. Aiutare una persona in un momento di difficoltà per permetterle poi di proseguire a camminare con le sue gambe e si può fare solo se la si ascolta e accoglie veramente. L'ascolto viene sempre fatto da due operatori che lavorano insieme: questo ci permette di iniziare a impostare un intervento partendo dal confronto di due punti di vista, di due prospettive diverse. Allo stesso tempo si condivide il carico emotivo, cosa che dà molta libertà e serenità: non sei più tu come individuo ma è tutto il gruppo, la Caritas, la Chiesa.
Le difficoltà con gli stranieri sono sia di tipo linguistico che di tipo culturale. La difficoltà linguistica impedisce la comunicazione, quella culturale si sviluppa quando le persone, pur parlando la stessa lingua, attribuiscono significati completamente diversi a quello che dicono. Un'altra difficoltà è data dagli spazi del centro d'ascolto che, per quanto prezioso, è molto piccolo e non sempre permette di garantire a tutti l'adeguata privacy, anche perché il numero degli utenti è crescente.
Ad alcune richieste (cibo, vestiario) viene data una risposta immediata. Per altri interventi di tipo sanitario chiediamo ai medici volontari Caritas; se il problema coinvolge aspetti giuridico-legali abbiamo il nostro avvocato. Se serve accompagnare la persona in qualche ufficio, si fissa un appuntamento. Se cercano casa o lavoro, li aiutiamo attraverso i normali canali che potrebbe utilizzare un italiano. Talvolta gli stranieri sono talmente disorientati e parlano poco la lingua che anche fare una telefonata al loro posto risulta molto utile. Cerchiamo di sensibilizzare tutti all'apprendimento della lingua, anche perché sul territorio sono attivi parecchi corsi sia all'interno delle scuole che organizzati da volontari, ma per chi sta facendo mille sacrifici per mandare 20 o 30 euro ai parenti rimasti al Paese studiare italiano o badare alla propria salute sembra un'inutile perdita di tempo.
Oltre a tutti gli altri servizi e sportelli Caritas, con cui facciamo rete, i nostri interlocutori privilegiati sono la Questura, la Prefettura, le Ambasciate, i Servizi Sociali, i Servizi per l'immigrazione della Provincia, l'Ufficio Immigrazione della Regione, gli uffici anagrafe dei vari Comuni, le scuole, la Direzione Provinciale del Lavoro, ASL e ospedali, le parrocchie con i sacerdoti e religiosi, il Centro l'Aquilone, il volontariato Vincenziano, la Casa Protetta di Suor Ignazia, le ACLI, l'associazione ANOLF.
Nel concreto, quando si pianifica un intervento, certamente si valuta sia la storia nel suo contesto, sia la storia in riferimento alle nostre capacità di azione. Intendo dire che prima di muoversi bisogna capire cosa c'è attorno alla persona, qual è il contesto, altrimenti l'azione perde efficacia...inoltre, dal momento che il nostro obiettivo è aiutare i più poveri, cerchiamo di capire se la persona ha una rete famigliare o di conoscenti che può, in qualche modo, essere una risorsa. Il discrimine viene fatto in base al buon senso.
Ad esempio, se intercettiamo una persona che è una vittima della tratta, la orientiamo a strutture più preparate e competenti.
Una volta si è presentata da noi una signora ucraina, una badante di una sessantina d'anni, aveva già un lavoro ma sapeva che sarebbe terminato dopo un mesetto e ci voleva chiedere di aiutarla a trovarne un altro. Ci ha raccontato che nel suo Paese insegnava musica e stava lavorando per permettere ai figli di acquistare una casa. Mentre parlavamo, abbiamo notato che aveva una macchia sul braccio: si era ustionata cucinando per la signora di cui si prendeva cura. Aveva già usato dei medicinali da banco, ma la chiazza non era bellissima; perciò, le abbiamo proposto di farsi visitare gratuitamente da uno dei dermatologi che prestano volontariato per la Caritas. All'inizio la signora si schermiva dicendo che non era niente, ma quando abbiamo un po' insistito ha accettato di fissare un appuntamento. Un attimo dopo è scoppiata a piangere e piangeva e rideva e non sapeva come ringraziarci. La cosa che mi ha colpito è proprio questa, quanto l'aver guardato, in questo caso, alla sua corporeità, al suo essere persona intera, non solo braccia per lavorare ma anche persona con cuore, sentimenti, pensieri, storia, l'abbia fatta sentire accolta. Evidentemente la famiglia presso cui lavorava non le aveva usato la stessa attenzione. Mi colpisce come il non aver fatto niente di particolare abbia avuto dei risvolti così inattesi. Eppure basta guardare all'altro non come a uno straniero ma come a uno di famiglia: una mamma, una zia, un fratello...ovviamente non sempre è facile quando ti trovi davanti un povero che è brutto, sporco, puzzolente e malvestito. Ma si può fare.
 


Storia di Adele
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i chiamo Adele, ho 50 anni, sono sposata, ho un figlio di 22 anni laureando in scienze politiche, collaboro con mio marito, agente di commercio, in qualità di assistente e supporto per tutto quello che riguarda ufficio e rapporti con i clienti. Non ho tempo libero, perché per scelta dedico tutto il tempo che posso al volontariato e a tutto quello che di volta in volta mi è richiesto, sempre in ambito sociale e che comunque vivo come “normale” e non straordinario. Mi permetto, sempre conciliando gli impegni già assunti, alcuni corsi universitari che mi consentono di capire e conoscere meglio metodiche e realtà di comunicazione e d’azione (negli ultimi anni ho seguito i corsi di formazione politica e quello di educazione allo sviluppo tenuto dall’UNICEF).
Mi dedico al volontariato da quando, giovane adolescente, ho avuto i primi incarichi dal mio parroco (facevo parte dei giovani dell’Azione Cattolica), che coinvolgeva i giovani a lavorare nel sociale con particolare attenzione ai poveri e a quelli che si sentivano esclusi. Il mio primo impegno è stato quello di occuparmi del doposcuola di bambini con disagio.
Ho deciso di dedicarmi al volontariato perché sento che devo restituire in parte quello che ho ricevuto, per un senso di giustizia; dopo ho capito che la scelta che ho fatto è di tipo vocazionale, perché spero che da quello che faccio si capisca che lo faccio con amore e per amore, del mio prossimo che è mio fratello.
Negli ultimi tre anni ho scelto di lavorare in Caritas, perché rispondendo ad un invito del mio parroco ho seguito il corso di formazione per operatori parrocchiali e dopo mi sono proposta come volontari al Cd’A della Caritas Diocesana.

Mi sono sempre occupata dei poveri! Da 15 anni sono socia della Conferenza Vincenziana occupando vari ruoli, da segretaria della conferenza a segretaria del consiglio centrale sino a ricoprire attualmente la carica di presidente. La conoscenza del disagio, della povertà e dell’esclusione sociale sono e rimangono per me priorità, per le quali impegnarsi per marginare e, forse anche, risolvere le situazioni, partendo dalla radice per tentare di sradicare il male, per ridare speranza e dignità alla persona.
Anche attualmente mi occupo dei disagi sociali derivanti da situazioni di povertà estrema, sia per quanto riguarda la Conferenza Vincenziana che per il Cd’A della Caritas Diocesana Lavorare come operatore dell’ascolto al Cd’A ti porta a conoscere problemi di ogni tipo che vanno dalla “semplice” richiesta di aiuto economico a quella di ascolto puro, dove le persone si aprono e mettono nelle mani degli operatori la loro vita e chiedono indicazioni e orientamenti per risolvere situazioni che a loro sembrano o sono impossibili. I problemi sono quelli delle risposte, a volte inadeguate alle richieste e che comunque lasciano sempre in chi ascolta il tormento e il dolore che veramente si condivide con la persona ascoltata!
Al Cd’A si lavora mediamente in quattro o cinque ogni mattina, differenziando ruoli e compiti (qualcuno si occupa dell’accoglienza, qualcuno della segreteria e altri dell’ascolto) e tra i vari operatori si crea un legame di vera amicizia, perché l’aspetto amicale riveste un ruolo veramente importante per far sì che la condivisione degli obiettivi, degli intenti e dei metodi coinvolga tutti nello stesso agire.
L’ascolto riveste un significato altamente significativo e importante, in quanto attraverso di esso la persona con disagio (di qualsiasi tipo) esprime il suo bisogno L’ascolto si realizza nell’approccio discreto e gentile, nel mettere a proprio agio la persona e far sì che capisca che chi lo ascolta è un amico, una persona capace di ascoltare senza giudicare.
Successivamente all’ascolto gli operatori mettono in atto tutte quelle procedure che mirano alla soluzione del problema, come mettersi in contatto con le assistenti sociali, le parrocchie, le associazioni di volontariato per lavorare in rete e collaborare a trovare soluzioni e per restituire al proprio territorio le persone in stato di necessità.
Ci rivolgiamo dunque alle varie istituzioni e associazioni che di volta in volta riteniamo di dover coinvolgere. L’ascolto viene sempre fatto con due volontari, in modo tale che ci si possa confrontare e valutare meglio la situazione, e in media ascoltiamo da due a quattro persone al giorno.
Non effettuiamo discrimini, se non nel senso che la storia raccontata viene in qualche modo “verificata”, perché comunque il fatto che si cerchi di collaborare con le istituzioni e il mondo del volontariato fa sì che le storie trovino riscontro.
Tra i tanti casi vissuti non c’è un caso che mi ha particolarmente colpito, perché quando ho pensato che un caso fosse sino a quel momento il più triste, il più tragico e quello senza soluzione, l’indomani un altro caso ancora più grave e più emotivamente coinvolgente metteva il precedente su un piano diverso.
 


Storia di Silvia
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ono Silvia, ho 27 anni, sono cresciuta in una famiglia in cui i valori della generosità, del preoccuparsi del proprio prossimo erano le cose più importanti. Ho sempre frequentato gruppi parrocchiali e dato che mi piacciono i bambini ho fatto diverse esperienze che mi permettevano di stare insieme a loro, doposcuola, catechismo, un tirocinio in un asilo nido ecc... Vado alla ricerca di un lavoro che possa farmi sentire utile al mondo. Durante le scuole medie, grazie a due insegnanti splendide (quella di italiano e quella di religione), mi sono convinta che sia indispensabile che ciascuno di noi dia il suo contributo da cittadini attivi, per cambiare le cose e anche perché Dio ci ha dato sicuramente dei doni da scoprire e da condividere con gli altri.
Il gruppo che in particolar modo mi ha segnato e di cui sin da piccola ho iniziato a far parte è stato il gruppo dell'Azione Cattolica dei Ragazzi, nel quale ho avuto la possibilità di conoscere delle bellissime persone e di fare tante belle esperienze di gruppo, di amore e di solidarietà, che mi hanno fatto crescere e mi hanno dato il desiderio di avvicinarmi a realtà differenti dalla mia di persona fortunata e mi hanno fatto iniziare ad amare l'Africa, perché alcuni dei nostri animatori andava nella missione del Kenya e che per altro ora che sono in Caritas ho avuto modo di visitare, per portare avanti un progetto per i giovani abitanti di Nanyuki.
Quando avevo 15 anni con l'accompagnamento di mia madre ho iniziato a fare volontariato nei doposcuola, prestare il mio servizio in un orfanotrofio; poi ho frequentato un corso per diventare catechista e per 7 anni ho seguito una ventina di bambini ai quali mi sono affezionata tanto. A 22 anni ho presentato domanda per svolgere un anno di servizio civile alla Caritas, ispirata dalla semplice pubblicità, quella dove si diceva che ti cambia la vita, e sembra banale ma è stato proprio così. Da lì ho avuto la possibilità, che ancora oggi ho, di affacciarmi su molte realtà di disagio differenti, che permeano la nostra città e delle quali non mi ero mai accorta prima se non per averne sentito parlare.
Non credo di avere mai deciso di dedicarmi al volontariato, ma piuttosto è sempre stato un mio desiderio che con gli anni ho maturato. È un sentimento che mi è sempre appartenuto sin da piccolina. Credo di averlo maturato grazie alla mia famiglia che mi ha educata al prossimo, all' Azione Cattolica, che mi ha dato degli amici che credevano nelle mie stesse cose e che non mi ha fatto sentire un' alieno e mi ha permesso di esprimermi liberamente senza timori.
Per me iniziare a fare volontariato in Caritas è stato un po' per caso, perché è stata una scelta per prestare il mio contributo durante l'anno di servizio civile. In concreto non la conoscevo, ne avevo solo sentito parlare, come tutti credo. Analizzando le possibili strutture e i progetti disponibili ad accogliermi avevo scartato tante cose che non mi interessavano (comune,biblioteche ecc..) e ne avevo individuato due: una era l’accompagnamento dei ciechi e l'altra era la Caritas con il progetto “Dar voce a chi non ha voce”. Al primo ero risultata non idonea perché non avevo la patente e allora ho presentato la domanda alla Caritas e dopo due selezioni mi hanno comunicato che ero stata scelta con mio grande stupore.
Sin da subito mi sono trovata ad affrontare tante tipologie di disagi differenti.
Essendo un centro d'ascolto, e all'epoca anche l'unico, venivano da noi tante persone ognuna con una sua storia, con un suo carico di sofferenza. Mi sono trovata ad ascoltare tossicodipendenti, alcolisti, immigrati, senza tetto, ragazze vittime della tratta, rifugiati che godevano dell' asilo politico, vittime di abusi, vittime dell'usura, malati, ex-carcerati, clandestini, emarginati, anziani, sofferenti mentali, disoccupati ecc.. È stato un impatto forte e anche difficile, ma credo mi abbia dato tanto, più di quanto io possa aver dato a ogni singola persona, e che mi abbia fatto crescere tutto in una volta, togliendomi quel velo da davanti agli occhi che non mi permetteva di vedere quante persone soffrono e quanto hanno bisogno di tutto e di tutti noi.
Ho appena concluso un percorso di tre anni che mi vedeva protagonista del Progetto Policoro, nel quale ho dedicato praticamente tutto il mio tempo per combattere la disoccupazione giovanile, cercando di cambiare la mentalità verso il lavoro ispirata ai valori umani, cristiani, della responsabilità personale e della cooperazione, per sconfiggere quel fatalismo che impedisce ai giovani di credere, di avere speranza, di impegnarsi veramente e di non lasciarsi andare davanti alle mille difficoltà e a quel fatalismo per il quale si crede che le cose non cambieranno mai e che noi non potremo mai farci niente.
Le maggiori difficoltà che ho avuto sono state soprattutto nel creare una filiera attiva, partecipativa, cioè un gruppo di persone già inserite nei diversi ambiti ecclesiali e non, che insieme a me potessero portare testimonianze e in primis potessero lavorare al nostro fianco. Tutti inizialmente si rendevano disponibili, ma molti poi, quando gli si chiedeva qualcosa di concreto, si tiravano in dietro per un motivo o per un altro, ma devo dire che alcuni li abbiamo trovati, come si suol dire: pochi ma buoni.
Considerando tutte le diverse attività svolte in questi anni, posso dire che le persone che lavorano come volontari in Caritas sono davvero tanti. Tra di noi si è instaurato un legame di amicizia, scaturito dal fatto che insieme si affrontano mille difficoltà e che ognuno di noi è punto di forza per gli altri, perché spesso vicendevolmente ci si è data la forza di andare avanti nei momenti di maggiore sconforto.
L’ascolto credo sia per le persone un momento fondamentale del quale soprattutto oggi si ha necessità, perché non esiste più nessuno che ci ascolti veramente, che si faccia carico della nostra esistenza, che realmente si metta nei nostri panni, che condivida con noi le nostre sofferenze, che cerchi di superarle insieme a noi in modo sincero, che non si limiti al buonismo, all'assistenzialismo, al dispensare buoni consigli dal nostro piedistallo, ma che ci si presti al servizio del prossimo - chiunque esso sia - senza riserve o pregiudizi. Sembra una cosa difficile e alle volte lo è, ma solo perché non siamo abituati a farlo, perché impegnativo, perché fonte di sofferenza; ma quando si impara a farlo ci si rende conto che anche solo un sorriso, alle volte, dona all'altro la forza di andare avanti, di credere di farcela ancora una volta; almeno per la mia esperienza, ti dà qualcosa che non è soddisfazione, perché il più delle volte non fai grandi cose, ma ti fa sentire quanto sei fortunato e ti dà la possibilità di rivalutare tante cose fino ad avere un'altra visione della vita.
Nello svolgere gli ascolti le maggiori difficoltà che ho avuto non sono state nel rapporto con l'utente se non per il fatto che l'ascolto non dovrebbe mai durare più di un’ora e a volte è stato difficile rimandare la persona magari al giorno dopo, ma principalmente ho avuto delle difficoltà con le persone che insieme a me facevano l'ascolto, perché è buona regola farlo in due per una serie di motivazioni che condivido, ma spesso avevano una maniera diversa dalla mia nel rapportarsi con le persone, come interrompere per fare domande, dire il proprio pensiero, dare consigli, annotarsi le informazioni in un foglio, che mi hanno reso l'ascolto ancora più difficile, ma non per questo mi sono persa d'animo. Infatti, dopo un poco si stabilì la regola che l'ascolto
andava svolto in due, una persona che conducesse il colloquio e una che facesse da spettatore; questo per evitare di avere un opinione soggettiva causata dal fatto che ci si fa coinvolgere emotivamente e per potersi quindi confrontare con un' altro operatore che più distaccato, ascolti e annoti qualche informazione indispensabile e che non possa in linea di massima intervenire al colloquio portato avanti da un altra persona.
Nell’ambito del Progetto Policoro realizziamo una decina di ascolti ogni mese e sviluppiamo rapporti con una molteplicità di soggetti, a partire dal nostro Tutor al responsabile regionale del progetto, ai nostri referenti a livello nazionale, ai componenti della filiera: CISL, Scout, Banca Etica, Sviluppo Italia, Agenzia Regionale del Lavoro, Pastorale giovanile ed altri.
Una storia che nell'arco di questi tre anni che mi ha molto colpita e stata quella di un giovane di 22 anni circa, che ha iniziato a lavorare quando aveva solo 14 anni, non ha avuto la possibilità di studiare e lavorava come contadino e allevatore nell'azienda di famiglia. Lavorava 10 ore al giorno, ovviamente in nero, senza nessun tipo di contratto; era stata una sua scelta quella di lavorare in nero, perché aiutava in casa e non voleva essere un peso. Il lavoro era pesante e rischioso ma non era assicurato. Aveva un buon rapporto sia con i familiari sia con i colleghi, con i quali aveva un bellissimo rapporto d'amicizia . Lo stipendio che riceveva era adeguato alle mansioni che svolgeva, gli straordinari gli venivano quasi sempre retribuiti, come venivano retribuiti agli altri dipendenti. Si rese conto però che aveva commesso un errore, perché erano già 8 anni che lavorava così senza essere cresciuto dal punto di vista della carriera. Era un lavoro che lo soddisfaceva, era il lavoro che voleva fare per tutta la sua vita, non lo avrebbe cambiato per nulla al mondo, si sentiva un veterano in quel campo, anche se gli scocciava un po' andare a
lavoro perché era un lavoro pesante, però ci andava lo stesso perché doveva lavorare per la famiglia. L'aspetto negativo del suo lavoro era lavorare d'estate sotto il sole e al caldo, e d'inverno al freddo e al gelo. Si rese conto che era un lavoro che, purtroppo, nessun giovane ormai faceva più e che era un lavoro che richiedeva molta serietà; lo aveva fatto crescere, soprattutto per le responsabilità che aveva. Non poteva rivolgersi ovviamente al sindacato e non pensava di averne avuto mai bisogno. Sentiva però che, organizzandosi con gli altri, si poteva fare qualcosa per migliorare le cose. Con il lavoro che faceva, di tempo ne aveva davvero poco, era libero solo la domenica. Questo tempo lo impiegava uscendo con gli amici. Era un lavoro pesante e lo diventa ancora di più l'estate e mentre gli amici andavano a divertirsi al mare a lui questo non era permesso.
 


Storia di Paolo
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ono agente generale di una società che fa parte di un grosso gruppo assicurativofinanziario. Sposato ( moglie insegnante), due figlie sposate, due nipotini. Ho vissuto fin da bambino in un ambiente molto particolare: sono figlio di un maresciallo dei carabinieri che ha comandato diverse stazioni “calde” soprattutto in Sicilia e Sardegna. In quel periodo il comandante della stazione alloggiava in caserma con la famiglia e nella caserma c’era la camera di sicurezza per i detenuti. Con occhi da bambino vedevo, non visto, questi uomini ammanettati con i ferri da campagna e mi chiedevo quali potessero essere le loro storie. Mio padre era una figura straordinaria e molto particolare per l’epoca; non c’erano i servizi sociali e lui ricopriva, per scelta, un duplice ruolo:
carabiniere ma anche assistente sociale. Congedatosi ancora giovane e rientrati a Cagliari abbiamo vissuto i primi anni nei quartieri popolari, a contatto con ogni sorta di disagio. In questi quartieri nascono le mie prime amicizie con ragazzi di tutti i tipi. Da tempo immemorabile mi occupo di volontariato, direttamente o indirettamente quasi da sempre; e la scelta è dettata dal fatto che intorno a me ho visto, fin da bambino, tanto disagio e sofferenza. Ho conosciuto direttamente la povertà e quanto può essere facile sbagliare in determinate situazioni, ma ho avuto la fortuna e il coraggio che tanti altri non hanno voluto o potuto avere. Ho avuto anche una famiglia che pur nei momenti difficili mi ha insegnato la solidarietà.
Ho iniziato la mia esperienza in Caritas grazie ad un invito che mi è stato fatto all’inizio del 2006 per occuparmi della gestione delle erogazioni sia per Caritas sia per le emergenze dei Servizi Sociali del Comune di Cagliari. Ho interpretato l’essere cittadini a partire dalla strada. Una strada che ha parlato dei tanti volti di chi fa più fatica: droga, AIDS, alcolismo, carcere, prostituzione, senza fissa dimora, malattia mentale, solitudini diverse. Per motivi di lavoro ho soggiornato a lungo nella penisola, dove ho continuato l’attività di volontariato in Nuovi Orizzonti (Roma - Stazione Termini e dintorni), Gruppo Abele (Torino - Luigi Ciotti), Luisa De Marillac (Cagliari - preaccoglienza tossicodipendenti), Centro d’Ascolto N.S. di Bonaria.
Attualmente coordino il Centro d’Ascolto del carcere di Buoncammino, lo sportello “Informa-Azione” presso il Tribunale di Sorveglianza e i Servizi per le Tossicodipendenze (SERD - Via dei Valenzani). Nel settore dove opero i problemi maggiori sono dati dall’individualismo e molto spesso dal protagonismo degli stessi operatori. Non mancano distacco, indifferenza, voglia di non vedere da parte della cosiddetta “società civile”. Il Centro d’Ascolto del carcere si avvale di 45 volontari che fanno riferimento alla Caritas Diocesana. Vi sono anche 10 volontari che operano presso SPIN (Sportello Informa - Azione) per conto del Ministero della Giustizia. Stiamo
cercando di costituire una vera forma di coordinamento con tutti coloro che operano con le nostre stesse intenzioni. Nella nostra attività l’ascolto è la base di tutto. Abbiamo quattro orecchie: due per sentire e due per ascoltare. Dovendo trattare con persone “ristrette” curiamo l’ascolto in maniera particolare, cercando di far venire fuori tutte quelle problematiche che possono servire ad alleviare sofferenze, tensioni, disperazione.
Tuttavia incontriamo gravi difficoltà soprattutto con quelle persone che hanno problemi di disagio mentale legati a tossicodipendenze. Nei casi più complessi è l’intero gruppo che viene coinvolto, anche attraverso le nuove tecnologie (internet). La nostra attività è basata sulla formazione continua. Lavoriamo a contatto non soltanto con le istituzioni ma anche con associazioni di volontariato e con privati cittadini. Operativamente, siamo organizzati in turni quotidiani con due operatori per braccio dalle 17 alle 20 presso il carcere e con due operatori al SERD il giovedì mattina. Ogni mese realizziamo circa cento ascolti. Tra i vari interventi ricordo un caso risalente a tanti anni fa. Operavo a Roma tra i “senza nome” e i “senza diritti” che popolavano la stazione Termini. Ricordo un barbone, Fausto, ma non so se quello fosse il suo vero nome (non facevamo interrogatori). Fausto aveva un comportamento strano, profonde crisi depressive durante le quali era intrattabile alternati a momenti di tranquillità assoluta. Divorava una quantità davvero enorme di libri e riviste e nei momenti di calma disquisiva in maniera piacevole.
Aveva certo una grande cultura, ma non ci interessava sapere chi fosse stato. Generalmente non parlava con nessuno ed era estremamente diffidente. Unica persona che riusciva a trasformarlo era una giovanissima prostituta (Anna) con la quale parlava a lungo. Io riuscii a conquistare la sua stima proprio tramite questa ragazza. Fausto rifiutava sempre qualunque forma di aiuto tendente a farlo riparare sotto un tetto sicuro. Un giorno di dicembre particolarmente freddo Fausto, minato nel fisico dalla vita di strada e dalle malattie, si ammalò. In ospedale gli furono diagnosticati focolai multipli di broncopolmonite. Chiese di confessarsi e subito dopo a stento ci disse: “Perdonatemi se non ho seguito i vostri consigli, ma se avessi accolto la proposta di un alloggio non vi avrei più visto. La mia casa era la strada e voi la mia famiglia che veniva a trovarmi”.
Morì poco dopo. Al suo capezzale c’eravamo io e Anna. Stringendo le nostre mani assunse un aspetto di così grande serenità che non avrei più visto in nessuna persona. Subito dopo avvenne il miracolo: Anna lasciò la strada e si dedicò completamente al volontariato.